08/05/2015
Fonte Avellana, il luogo della centralità defilata

Correva l’anno 980, quando imprecisati eremiti umbro-marchigiani (si fa, ad esempio, soprattutto il nome del nobile eugubino Beato Lodolfo Panfili), eleggendo il luogo ameno, situato presso una fonte d’acqua viva che, ivi, scaturiva dalle radici dei nocciòli (alberi già sacri agli antichi Celti, qui dimoranti, precedentemente ai Romani, con la tribù dei Galli Sènoni, che ha lasciato precise tracce nella tradizione popolare, nel dialetto e nella toponomastica), eressero povere celle in pietra e legname locali. Era, infatti, il luogo dell’Avellana, abbastanza defilato per poter garantire l’osservazione del silenzio mistico e la contemplazione delle realtà celesti e, contemporaneamente, sufficientemente centrale da assicurare, di lì a pochi decenni, una strategica centralità geografica, amministrativa ed economica. Tale centralità defilata, o marginalità centrale che dir si voglia, fu così tanto potente da attrarre, tra il X e l’XI secolo, l’attenzione d’uno dei padri del monachesimo occidentale: San Romualdo degli Onesti. Fondatore della Congregazione monastica benedettino-camaldolese, Romualdo, o “Romaldo” (come dice ancora, qua e là, il popolo), un nobile ravennate, il cui nome vuol dire ‘Forte come Roma’, vivendo ed operando in aree assai prossime a Fonte Avellana (Eremo del Loco, sul Monte di Sìtria, Monte Petrano, San Vincenzo al Furlo), se non proprio il fondatore, dovette, senza dubbio alcuno, essere l’ispiratore del nuovo istituto monastico. Il sacro luogo della “Fonte dei Nocciòli”, infatti, non era affatto un sito “anecumenico”, come può esserlo un deserto reale (anche se, spiritualmente, deserto lo era, eccome), vale a dire lontano, remoto, ostile alla vita e, perciò stesso, disertato dal consorzio umano, poiché, lì da presso, correva, sin da epoca preistorica, un tracciato viario, gregario ed armentario, che, distaccandosi dalla gloriosa via consolare romana Flaminia nei pressi di Cales, Cagli, cioè ‘il luogo delle strade’, univa due territori, individuati ed accomunati, in progresso di tempo, dal termine germanico mark, quali altrettante contrade di confine: la marca pesarese ed urbinate e quella anconetana. I Germani, eminentemente Langobardi e Franchi, emergono, d’altronde, ed assai nitidamente, con propri giuramenti “secundum mea lege Langubardorum” o “secundum salicam legem”, dalle Carte di Fonte Avellana, preziosi documenti archivistici del nostro monastero, che vanno dal 900 al 1300. Quest’asse viario, con direzione preferenziale nord-ovest sud-est, proprio nei pressi dell’Avellana, andava poi ad intersecarsi, a croce di Sant’Andrea (lo stesso apostolo venerato nella chiesa della Santa Croce dell’Avellana), con un secondo, antichissimo anch’esso, tracciato pastorale, che, ab immemorabili, riallacciava l’Umbria alla Marca, svolgendosi, nel Medioevo, con allungamento prevalente da sud-ovest a nord-est, all’interno del Distretto della libera città comunale di Gubbio e nell’alveo amministrativo della Diocesi di Nocera Umbra, dove, qua e là, si trovavano chiese di giurisdizione dell’antichissima abbazia emiliana, benedettina e longobarda, di Nonantola. Attorno all’anno 1070, cioè, più o meno, alla morte di San Pier Damiani (1072), il monaco avellanita Mainardo, forse proveniente da Sìtria, alle falde orientali del Monte Catria, va a fondare il monastero di Santa Croce in Sassovivo, nei pressi di Foligno, mentre, nel 1325, un umbro, il nobile monaco Ubaldo dei Guelfoni da Costacciaro, è nominato, dal Papa Giovanni XXII, primo Abate di Fonte Avellana. L’abbazia dell’Avellana conduce e gestisce, dal Mille sino alla fine del Trecento, quale il centro d’una moderna azienda cooperativistica, un territorio vastissimo tra Umbria e Marche, con “sconfinamenti” in Toscana, Romagna ed Abruzzo, intervenendo anche, quale mediatrice culturale, sociale ed economica, nella nascente vita d’alcuni castelli a lei, in precedenza, giurisdizionalmente dipendenti, quali Costacciaro e Scheggia, strategici per le loro rispettive posizioni, d’altura e di crocevia, lungo la strada consolare Flaminia. Le sue succursali ecclesiastiche sul territorio, spesso, anch’esse, intitolate alla Santa Croce od a Sant’Andrea Apostolo, si contano a decine e decine, fino, forse, a qualche centinaio, nell’epoca di massima espansione dell’istituzione. Questi “distaccamenti”, situati a circa mezza/una giornata di cammino l’una dall’altra, controllano, da presso, le terre ad esse direttamente, od indirettamente, soggette, fungendo anche da efficientissimi hospitia od hospitales, cioè luoghi d’accoglienza, ospitalità ed assistenza, nei confronti di viandanti e pellegrini, sinché, già alla fine del Trecento, non giungerà la decadenza dell’Abbazia e agli Abati regolari non si sostituiranno, ovunque, quelli Commendatari. San Romualdo, con la sua grande Fede, presto e bene concretatasi in opere tangibili, quali la fondazione di numerosi eremi e cenobi, rappresenta, senza dubbio alcuno, la maggiore figura d’unione fra tutti i territori oggi ricadenti all’interno del Distretto Culturale dell’Appennino Umbro-Marchigiano ed anche ben oltre esso, dal Furlo a Nocera Umbra, da San Salvatore di Val di Castro fino a San Salvatore di Monte Corona d’Umbertide, con i bracci d’una croce, significativamente intersecantisi nella “Città della Carta”, Fabriano, dove, gelosamente custodito nella cripta della Chiesa dei Santi Biagio e Romualdo, riposa, da ben un millennio, il corpo mortale del nostro Santo, assai per tempo precursore, pioniere e fondatore d’un’unitarietà nella diversità, di cui, noi, oggi, con questa nostra istituzione, culturale, sociale ed economica, cerchiamo di ritrovare lo spirito e le ragioni. Un Santo, antesignano del dialogo interculturale, il cui spirito ci unisce, oggi, come la fermezza e l’incrollabilità dei monti dell’Appennino e la funzione di funicolo ombelicale della Flaminia, che, da più di duemila anni, con gallerie, ponti e viadotti, congiunge l’oriente e l’occidente della nostra Penisola, Ravenna e Roma, Ariminum al Tempio della Fortuna di Fano, l’adriatica marina al tirrenico, etrusco mare. Molte altre figure di primo piano, storico, culturale e spirituale, anch’esse legate a Ravenna ed al “Lito Adriano”, quale luogo, alternativamente, di nascita o morte, fiorirono, o furono ospiti, a Fonte Avellana, basti citare, fra tante, quelle, eccelse, di San Pier Damiani e Dante Alighieri, esule, quest’ultimo, “tra duo liti d’Italia”.

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